di Melisa Garzonio
E’ stato definito l’occhio del secolo. Per la bravura a imprigionare in uno scatto, per l’eternità, persone, cose e fatti che hanno fatto la storia del Novecento. Il suo segreto? Semplice: “Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore”. Non è una tecnica, piuttosto “E’ un modo di vivere”. Henri Cartier-Bresson, un posto nell’olimpo dei più grandi fotografi del pianeta, nato a Chanteloup il 22 agosto del 1908, scomparso a Céreste, Alta Provenza, il 3 agosto 2004, all’eta di 95 anni: una vita condivisa per molti anni con una Leica 35mm, la macchina fotografica preferita comprata nel 1930 durante un viaggio in Costa d’Avorio. Uomo e mirino, un sodalizio perfetto.
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L’occhio che fa la differenza – Ha un occhio curioso e implacabile, distaccato ma non indifferente, puntato fuori di sé, sul mondo che gli gira intorno. E’ bravo a cogliere la magia di un paesaggio e la malinconia di un volto, gli avvenimenti clou e quelli che, apparentemente, sembrano non lasciare traccia. Si sente la mano di chi ha frequentato gli studi dei pittori e i set del cinema. Erede di una agiata famiglia parigina, ex studente dell’esclusivo Lycée Condorcet, il giovane Henri ha lavorato con la compagnia di giro surrealista, ha dipinto con Max Ernst e ha fatto apprendistato nel cinema d’autore con Jean Renoir, regista di culto francese. Finita la guerra ha diretto anche un film, Le Retour, documentario sul rientro in patria dei prigionieri e dei deportati. I suoi ritratti, scattati fra gli anni Trenta e la prima metà dei Quaranta fra Parigi e New York, sono primi piani da grande ‘metteur en scène’: Truman Capote, Coco Chanel, Marcel Duchamp, William Faulkner, la sua Marilyn Monroe è bella con qualcosa in più. I reportage dal Messico, Cuba e Stati Uniti, sono unici e irripetibili.
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La vita rubata – Le immagini di Henri Cartier-Bresson non sono mai banali, diciamo, anzi, che lui è il più eccezionale fotografo della manipolazione estetica. Le sue foto sono scatti rubati sulla scena della vita, scavano l’anima, scannerizzano ombre e pertugi, condensano i dettagli in scene plastiche. Nascono da intuizione e ordine mentale, frutto della frequentazione dei musei, della lettura e della curiosità per il mondo. Guai a perdere l’attimo fuggente, fotografare esige grinta, rapacità, tempi esatti, dolcezza nel guardare, crudeltà nel tagliare. E’ Cartier-Bresson stesso a rivelare le regole del mestiere in uno dei suoi libri più famosi, The decisive moment, del 1952, nell’edizione francese Images à la Sauvette, copertina firmata da Henri Matisse: “La fotografia è una mannaia che coglie nell’eternità l’istante che l’ha abbagliata”.
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Il Moma lo celebra – Il Moma di New York, che nel 1946, credendolo morto nelle file della resistenza francese, voleva dedicargli una mostra postuma, poi realizzata nel ’47, presenta fino al 28 giugno Henri Cartier-Bresson: The Modern Century, la più grande retrospettiva dedicata al fotografo nel corso degli ultimi trent’anni. Peter Galassi, il curatore, ha scelto 300 opere realizzate tra il 1929 e il 1989, di queste, 220 provengono dalla Fondazione Henri Cartier-Bresson, creata nel 2000 dal maestro con la moglie Martine Franck e la figlia Mélanie. In mostra c’è tutta la sua produzione, allestita con criteri cronologici. Da non perdere, le prime foto esposte nel 1932 alla galleria Julien Levy di New York, scattate da dilettante. Diventerà un fotografo professionista nel ’37, dopo aver conosciuto il polacco David Seymour, al secolo Savid Szymin, e Endré Friedmann, nome d’arte del fotografo ungherese Robert Capa. Insieme fondano nel 1947 la Magnum, la più prestigiosa agenzia di fotogiornalismo del mondo. Il mestiere lo porterà negli angoli più caldi del pianeta.
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La macchina fotografica evoca, non spiega – I suoi reportage dalla scena asiatica sono memorabili. Le immagini della guerra civile in Cina e del funerale di Gandhi entrano nella storia della fotografia d’autore. Nel ’54 è il primo fotografo ammesso in Unione Sovietica dopo la morte di Stalin, avvenuta un anno prima. Ritorna in Urss nel 1963, le ceneri della Guerra Fredda ancora calde, a riannodare il filo degli eventi. Fissa l’attimo decisivo a Mosca, nella Repubblica Federale Russa, in Estonia, nelle repubbliche caucasiche e dell’Asia centrale. Gli piace studiare i cambiamenti, individuare il filo conduttore dei fatti della storia. Senza forzare risposte certe. Ha scritto a proposito: “L’apparecchio fotografico non è uno strumento adatto a rispondere al perché delle cose, essendo piuttosto fatto per evocarle, e nei casi migliori, alla propria maniera, intuitiva, pone domande e dà risposte nello stesso tempo”.
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07 maggio 2010

